A ricordo di Angelo Casasola
Oggi, 14 Gennaio 2005 è per me una giornata molto triste.
Il mio amico Angelo Casasola ci ha lasciato.
Il "Sig. Angelo" oltre ad essere un grande allevatore era anche il presidente del Club AGI. Il riconoscimento di questa splendida razza italiana è dovuto a lui, a Sauro , a Giordano ed a qualche altro allevatore che ha avuto il merito di credere nell’allevamento , nello sviluppo e nella battaglia burocratica che sono serviti per ottenerne il risultato.
Lo conoscevo dal 1989 e specialmente in questi ultimi anni ci sentivamo telefonicamente almeno una volta a settimana.
Oggi ho perso un amico che l’hobby della canaricoltura mi aveva dato la fortuna di incontrare.
Il Sig. Angelo era una persona schietta, forte, di lucida intelligenza, di incredibile vigore anche a dispetto della sua veneranda età, ma principalmente era buono e leale.
Il dolore che soffro in questo momento mi da però la possibilità di capire e vedere alcune cose in modo differente.
Mi ritrovavo talvolta ad inquietarmi per alcune situazioni pseudo-politiche inerenti il mio hobby.
Mi ritrovavo a leggere su riviste del settore, editoriali farneticanti e filastrocche senza senso che mi causavano malumore.
Mi ritrovavo a leggere su forum del settore alcuni interventi carichi di astio da parte di persone, che invece di pensare alla propria precaria salute, sputavano veleno verso tutti coloro che (fortunatamente) non la pensavano come loro.
Ebbene , queste cose mi ferivano , ci rimanevo male, a volte me la prendevo anche…………. ma adesso ho capito di quanto stupido sia stato: ho capito che il mio hobby deve essere vissuto con le persone come Angelo, con quella cerchia di amici che la pensano bonariamente come te , nell’ambito del proprio allevamento, dove discutere e raccontare per la millesima volta gli aneddoti e le storie che condiscono il nostro hobby.
A questo punto, di malsane entità certificatrici ne posso fare a meno.
Grazie Sig. Angelo
questa è stata la Sua ultima lezione.
Mi mancherà, ma continuerò a volerLe bene.
Ci ritroveremo non so quando, a parlar di tutto, canarini
compresi.
Stefano
Da parte dell'ABC di Bologna e del Club AGI:
Da parte dell'amico Giuseppe Valendino:
UN POMERIGGIO CON ANGELO CASASOLA
L’appuntamento con mio fratello era per le 10 del mattino di un giorno d’Ottobre del 1996, fuori da casa mia.
«Se vuoi conoscere Casasola, vieni sabato mattina.Andiamo a Bologna in macchina, ti porto da lui. Ti passo a prendere.Ci vediamo nel parcheggio. ». Detto, fatto.Eccomi lì, ben prima delle 10. Mario era già in macchina. In auto mio fratello mi raccontava di Casasola della sua determinazione, il suo straordinario "colpo d’occhio", la totale avversione agli accoppiamenti in consanguignità, e della sua vitalità «E’ come se non avesse tutti gli anni che ha: devi vedere come corre in automobile! Ha un po’ delle qualità di tutti noi e i difetti che tutti noi vorremmo avere». Bologna arrivò subito.
Tangenziale uscita 8 direzione Granarolo Emilia via S.Donato 109. Previo rifornimento di panini e caffè al bar del centro.
Attesi in una grande stanza, dove erano posteggiate gabbie vuote ovunque, che finisse una telefonata. Poi, verso le due, spuntò nel vano della grande porta la sagoma di Casasola: il nasone, gli occhi, chiari e penetranti, quei capelli che nonostante l’età non ne volevano sapere di diventare bianchi. Indossava un maglione alla moda, di un colore sgargiante, che lo rendeva quasi un cinquantenne.
«Allora Mario dov’è questa persona che mi volevi presentare? » «Eccolo: è un ragazzaccio, ma trattamelo bene. »
«Venite andiamo dai canarini così v’insegno un po’ di cose. »
Io, annichilito: «Non vorrei disturbare.Lei avrà da fare…» «Dammi del tu.Siamo colleghi no? » «Se lo dice lei…»
Zoppicava per un problema ad un ginocchio che si era procurato, qualche giorno prima salendo su un albero, nel suo giardino, per sistemare un nido artificiale che lui stesso aveva costruito e, in estate, si era rotto a causa di un forte temporale.
«Dovevate sentire mia moglie quante me ne ha dette: Angelo devi metterti in testa che non hai più l’età per fare certe cose, sei vecchio. A ragione: ma io tutto mi sento tranne che vecchio. »
Il pomeriggio fu uno spasso. Casasola che si concedeva con generosità, quasi con voluttà. Spalancò per noi il suo libro dei ricordi.Ci mostrò, per prima cosa, una ad una, tutte le 30 e più gabbie che aveva in allevamento tutte rigorosamente in legno «Le ho appena fatte costruire da un artigiano brianzolo: gli A.G.I lì dentro risaltano meglio. » D’ogni canarino/i ivi contenuto conosceva a memoria, pregi e difetti.Quasi fossero figli suoi. «Sono lunghi come merli» – continuava a ripetere – ed era vero. Aveva dei canarini straordinari. E n’era molto orgoglioso.Ci raccontò di quando era ragazzo, e di come si allevasse o meglio – come si cercasse di farlo – durante gli anni della guerra e subito dopo, «Nell’Italia del Dopoguerra i Parigini rimasti erano veramente pochi, e quasi tutti maschi, e da lì che s’incominciò ad accoppiarli con i Crest e i Norwich, gettando le basi, inconsapevolmente, per la creazione dell’A.G.I.; non c’erano uova da mangiare per noi, figurarsi per i canarini, ma nonostante questo riuscivo a riprodurli lo stesso.» Parlò del suo vecchio lavoro, prima come autista dell’azienda dei trasposti di Bologna, poi, dopo qualche anno, (grazie anche ad un diploma conseguito alla scuola serale), come capoufficio; dei grossi sacrifici per comperare casa.«Dopo la guerra, le banche non prestavano soldi a nessuno, eppure con mia moglie siamo riusciti lo stesso, ma sia chiaro: non ci fosse stato un posto più che adeguato per i miei canarini quest’abitazione non l’avrei mai acquistata », di quella volta – negli anni 70 – quando venne nel suo allevamento un ufficiale, «Un pezzo grosso» dell’esercito dell’allora Persia e gli offrì una cifra incredibile per un canarino «Qualcosa come quattro mensilità che allora guadagnavo, e – non che guadagnassi poco –, mise il contante sul quel tavolo, ma io gli dissi: lei mi sta offendendo.Metta via quel danaro.Quel canarino le ho già detto che non lo vendo per nessuna ragione, e per nessuna cifra. »
«Se volete avere dei canarini validi, dovete fare come ho sempre fatto io: i soggetti migliori non cedeteli mai, per nessun motivo, e per nessuna cifra. »
Quando in macchina «Avevo una Prinz blu: una macchina da sfigati, se ci penso... »
veniva tutti gli anni alla mostra di Monza (che all’epoca si svolgeva nelle sale della Villa Reale) per vendere qualche Parigino, delle persone che lo aspettavano nel piazzale (era una celebrità già negli anni 60/70) per acquistare i pochi canarini che portava.
«Voi milanesi con i Parigini ci avete sempre saputo fare. »
Mi soffermai a guardare su una parete delle timoniere, d’alcuni suoi soggetti che per ricordo aveva tenuto attaccate alle rispettive schede di giudizio. Timoniere lunghissime, punteggi stratosferici. Casasola intanto continuava a raccontare. Parlò degli A.G.I: «E' già da tanti anni che in Italia nascano soggetti con la testa a cappuccio, » e di quella famosa domenica alla mostra di Reggio Emilia, quando un giudice internazionale Francese il sig Edouard «Un galantuomo, un vero esperto in materia» con un suo perfetto giudizio, «Lo standard del Parigino non contempla certe teste» diede il via alla questione A.G.I, «Se in Italia qualcuno, chiunque, mi trova dieci Parigini che rispecchiano lo standard originale Francese, gli regalo un milione. Volete capirla, o no, che sono tutti A.G.I ?»
Raccontò del segretario del suo Club (del qual è stato Presidente sino all’ultimo giorno) che da poco l’aveva abbandonato, lasciandolo in un mare di lavoro e di problemi.
«Un voltagabbana, secondo la migliore tradizione Italiana» e di tante persone che lo avevano deluso «Dei molluschi che quando si è trattato - per la questione A.G.I. - di battere i pugni sul tavolo, si sono tutti defilati. Gente che da sempre, rigorosamente, va dove tira il vento. »
Ma l’A.G.I. che canarino è feci timidamente io? Casasola: «Ci sono i canarini, quella roba lì verde (e indicò una voliera piena di canarini che usava per balia), e poi ci sono gli A.G.I. Il più bel canarino al Mondo, e l’abbiamo fatto noi Italiani: questo sia chiaro.»
Prima di entrare nell’allevamento, a destra della porta d’ingresso, c’era una scrivania «Il mio studio» sopra alla quale erano accumulati, in un apparente disordine, pile e pile di documenti.Scrivo in apparente disordine perché in mezzo a quella confusione lui riusciva a trovare tutto quello che cercava.Ci mostrò un sacco di lettere, molte scritte a mano, (possedeva una calligrafica invidiabile) sull’allora problema della richiesta di riconoscimento dell’A.G.I.
Aveva scritto a tutti. Fra le tante, ci fece vedere una lettera che aveva inviato, ma che il destinatario gli aveva rimandato senza neanche aprirla, e la cosa l’aveva profondamente offeso. «Ho fatto tanto lavoro ma fino ad ora ha ricevuto come risposta un'alzata di spalle: ma ci riuscirò nel mio intento, eccome se ci riuscirò.»
Era molto intuitivo, e aveva – come ho già scritto – una determinazione incredibile, molta voglia di lavorare, di impegnarsi di combattere, per quella che riteneva una giusta causa: il riconoscimento dell’A.G.I. quale nuova razza di canarino arricciato. E qualche anno più tardi ci riuscì.
Arrivò, senza che nessuno se n’accorgesse sera. Ricordo che, congedandoci, ci disse: «Tornate a trovarmi, io mi trovo meglio fra i giovani che con i vecchi. Ciao ragazzi.»Aveva – all’epoca – già superato i settantasette anni.Addio Ragioniere.